venerdì, 7 Ottobre, 2022

Non ci dobbiamo mai assuefare a casi che rappresentano violenza contro le donne – Fabio Roia presidente facente funzioni del Tribunale di Milano

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“Non ci dobbiamo mai assuefare a casi che rappresentano violenza contro le donne, la mia preoccupazione è che quando si parla di femminicidi, di violenza, ci si abitui trattarli come numeri (come per il Covid) e si perda di vista il fatto che ogni caso rappresenta una tragedia, e quindi tutti noi non possiamo permetterci la benché minima indifferenza”

A parlare è Fabio Roia, Presidente facente funzioni del Tribunale di Milano, e i casi di cui parla sono quelli che sempre più spesso si trova ad affrontare.

Fabio Roia, magistrato dal 1986, docente universitario e formatore, a lungo membro con ruoli di responsabilità nell’ANM, è autore di un libro fondamentale come Crimini contro le donne, politiche, leggi, buone pratiche, che dovrebbe trovarsi nello studio di ogni avvocato, giudice, psicologo o rappresentante delle forze dell’ordine, ma che soprattutto dovrebbe essere letto e messo in pratica. Fino a quando non l’avevo incontrato, sul tema della violenza sulle donne e soprattutto su quella della cosiddetta vittimizzazione secondaria nelle aule di giustizia, mi sentivo disarmato di fronte a un fenomeno tristemente in crescita e pessimista rispetto a quello che ogni cittadino potrebbe fare per migliorare la situazione, anche perché da più parti si è evidenziato il problema della scarsa specializzazione della magistratura su un tema così scottante.

“I nuovi dati forniti dal Consiglio superiore della Magistratura, di fronte alla non sufficiente specializzazione dei giudici, ma anche dell’Avvocatura, delle forze di polizia giudiziaria, ma anche di tutti gli attori che partecipano alla rete di protezione, ci dicono che in questa materia non ci si può improvvisare, bisogna essere competenti e formati. (Oggi qualcosa si sta muovendo, nel 90% delle procure c’è almeno un PM specializzato, mentre per i giudicanti siamo al 24%). Il che significa che è richiesta non solo una conoscenza delle fonti nazionali del diritto, ma anche di quelle sovranazionali come la Convenzione di Istanbul, o la Direttiva sulle vittime del 2012, e altri testi adottati dall’Unione Europea. Ma specializzazione significa anche conoscenza di scienze complementari. Per valutare la coerenza e la credibilità del racconto di una donna, io giudice devo capire che la donna che subisce violenza, è ferita nei sentimenti, spesso sottomessa a pressioni esterne, a sensi di colpa e di vergogna, se non conosco queste caratteristiche, c’è il rischio che sbagli nella valutazione di coerenza del racconto.”

Dopo il report presentato a #hodettono a Udine, è emerso però che al tema dell’eventuale impreparazione/specializzazione dei giudici si aggiunge quello della scarsa competenza dei Consulenti Tecnici d’Ufficio.

“Entrando nel campo del diritto civile, la riforma nota come Cartabia (entrata in vigore il 22 giugno di quest’anno) ci dice che queste figure dovranno aver maturato almeno tre anni di esperienza nello studio della violenza domestica. In prospettiva la scarsa preparazione dei CTU dovrebbe essere superata. Comunque il Consulente Tecnico del Giudice è un ausiliario e quindi è il giudice che deve avere le competenze necessarie per controllare il lavoro del consulente e se non è convinto può disporre approfondimenti o consentire un ruolo attivo al pubblico ministero”

Dai racconti, purtroppo quotidiani, delle donne che ci sono capitate in mezzo risulta però che molti degli attori in campo siano ancora imbevuti di una cultura maschilista, del sospetto nei confronti della donna offesa, e si tenda a far prevalere comunque il principio di genitorialità del padre, senza ascoltare i bambini, quasi fosse un diritto acquisito anche in casi di condanna o denuncia per violenza.

Il Presidente Roia, non arretra: “Tendono a non credere alla donna, questo può avvenire anche se i consulenti sono donne, non conta il genere, conta la competenza, questo è il vero discrimine. Questi operatori vivono in una società intrisa di pregiudizi, chi opera nei palazzi di giustizia tende a trasferire quello che respira nella società, c’è bisogno di un grande lavoro culturale” .

Detto così sembra che tutto possa iniziare a funzionare meglio, ma nonostante la Consulta si sia espressa chiaramente per l’ascientificità della sindrome di alienazione parentale (PAS) alcuni consulenti e alcuni magistrati continuano, nei casi di separazione con figli, a colpevolizzare, ingiustamente la mamma al posto di chiedersi come mai un bambino non voglia stare con un padre violento, un bambino che magari ha assistito alla violenza, tendono a credere che la madre strumentalizzi il bambino.

“Questa è una distorsione dell’approccio giudiziario, che può essere raddrizzata solo con il rafforzamento delle competenze, la violenza assistita è comunque un reato reintrodotto anche dal Codice Rosso”.

Vivere con Lentezza lavora da anni in varie carceri italiane in particolare a Pavia e Piacenza (con i sex offender) forse non basta, mi domando che cosa potremmo fare di più: creeremo contaminazione come si sostiene in Crimini contro le donne, magari organizzando un convegno in quel di Piacenza, ma forse sarebbe anche ora che nel quotidiano, tutti noi indipendentemente dal nostro ruolo, cominciassimo a gelare quelli (uomini o donne) che fanno stupide battute al bar, per cominciare a eliminare questa strisciante, odiosa, subdola e persistente violenza nei confronti delle donne, come ci invita a fare Fabio Roia, alla fine della nostra conversazione.

Questa la trascrizione quasi integrale dell’intervista a dr. Roia fatta telefonicamente da Bruno Contigiani. Qui l’anticipazione e qui la versione uscita sul blog de Il Fatto Quotidiano.

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